a little bit of everything – chaos organizzato

Post da Ottobre 2007

Un incontro molto indesiderato

Ottobre 30, 2007 · 1 Commento

Fra tutte le persone che avrei voluto incontrare, appena tornata da Londra, alle 23.55 di un lunedi’ sera su un autobus assurdamente vuoto, LUI, il famoso “non so se ti frequento perché..”, lui proprio no.

“Come stai?”. Appare imbarazzato, come un bambino beccato in flagrante mentre rubava le caramelle. I capelli piu’ lunghi. Ha mantenuto uno certo charme britannico. Sorride, si toglie le cuffiette dell’iPod per rivolgermi la parola.

“Bene”. Incredula. Assolutamente incredula. Vorrei non aver corso per prendere quest’autobus. Quanto vorrei non averlo preso.

“Benissimo. Volevo scusarmi per essere stato cosi’ stronzo, sai..scusa..ecco”. E’ chiaro che non sente il minimo rimorso. Ed è ancora piu’ chiaro che, se non mi avesse mai incontrata, non avrebbe mai pronunciato queste parole al telefono.
“Sai, è passato tanto tempo e so che mi sarei dovuto scusare ma poi..alla fine…Ecco. E mi chiedevo se ti mai ti avrei incontrato per caso, visto che Ginevra è…”

“..piccola”, concludo io la sua frase per mettere fine alla sua patetica ricerca di qualcosa di gentile da dire.
E fra tutto quello che avrei voluto dire. Fra tutto quello che avrei DOVUTO dire, ad esempio “sai, non mi impedisce di dormire la notte. Sei patetico.”
Fra tutte le frasi da dire che avrebbero potuto farlo sentire piccolo piccolo al pari di un hobbit in ginocchio, io cosa dico?

“Figurati, non importa”. cosa?? non importa?? ma che diavolo ti prende Elisabetta!

Non c’è male. Per un lunedi’ sera.

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Delirio

Ottobre 24, 2007 · Lascia un Commento

Non volevo.
Non volevo farti piangere. Ci ho pensato tanto.
Sai quando scrivi senza riflettere. Sai quando i pensieri sono troppo veloci.
Qualcuno, un giorno, mi ha detto che scrivo come se avessi paura che le cose mi scappino via. E’ cosi’.
Scrivo in fretta per paura che questi momenti svaniscano, che mi lascino.
Ho paura di farti ancora del male, dice lui.
Non succederà, risponde lei.
Ma non è vero.
E sono stufa di rincorrermi, di spiegare, mettere in ordine e sistemare.
Sposta i mobili, se sei triste.
Oppure tagliati i capelli.
Perché il mondo resta cosi’ disperatamente lontano da me?
Io voglio sentirmi di nuovo parte di questo mondo. O forse no.
Forse il mio essere altrove, in fondo, mi piace.
Ma se tu dici di amarmi non puo’ essere vero. Non è possibile. Perché tutti scappano da me. Anche io.
Scappo.
E colui che una volta mi scrisse “tu ti nascondi. ma non puoi, non da me”, lui, si’, lui, anche lui se n’è andato.
E magari fosse il vino che non ho bevuto. Per una volta posso delirare senza essere completamente sbronza.
Che novità.

Si’, divento matta. E non mi ci vuole piu’ neanche l’alcool.
Sai, Eli. Mi piace vederti sorridere.
Non c’è niente a questo mondo che io non possa fare. Mi dico.
Ma poi, in fondo, che diavolo faccio ancora qui, davanti a questo stupido schermo.
La mia vita si è fermata e zoppico al pensiero di ritrovarmi li davanti. Davanti alla scelta: dico di si’, lascio la presa o continuo a fare la mia vita come se niente fosse.
Perché?
Forse è giusto stare cosi’. Questo è il normale decorso: amore, sofferenza, paura, circolo vizioso, alcool, tanto alcool, momenti come questi. Di lucidità, in cui ci si rende vulnerabili.
Odio la vulnerabilità. Ma ora sto zitta. E si’. Ora ho imparato: non te lo dico piu’ come mi sento, non te lo spiego piu’ che ho tanta paura di impazzire.
No.
Sto in silenzio. Ti chiedo del lavoro, della casa, dei progetti, del gatto, del tempo.
E mi dici che sono perfetta. Che sono un angelo.
Credimi, un angelo non assomiglia a me.

“E’ solo un ombra che tu ami”, avrei dovuto risponderti come Aragorn.
E no, non mi limito a citare frasi di un film.
Ma poi, io, ti conosco veramente?

Fottutissimo inverno.

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Scena di ordinaria follia

Ottobre 24, 2007 · Lascia un Commento

“Che ti succede?” La mia amica mi osserva preoccupata, cercando di articolare le mille cose che ti vengono in mente quando qualcuno, all’improvviso, si comporta in modo assurdo.

“Non ne ho idea”. Inizio a sentirmi mancare la terra sotto i piedi. Stento a respirare ma non è ancora tanto grave. Il mio cuore batte forte, troppo forte. La stanza gira, le voci ovattate, vedo colori confusi e non riconosco il luogo in cui mi trovo.

“Che diavolo ti succede?” Interviene qualcun altro.

E come se mi trovassi altrove.
Poi mi ritrovo a casa mia, sul mio divano. Non ricordo come ci sono arrivata, a casa.
Sono ancora intatta. Tutto al suo posto.
Mi accorgo solo che la tv è accesa, sono sotto le coperte, le luci sono accese.
Momenti in rapida successione, alternanza di consapevolezza a momenti di totale distacco dalla realtà.

Devo dormire. Ho bisogno di dormire.

“Forse hai solo bisogno di dormire”, mi dice C.

“Già. Forse. non lo so. Devo andare”.

Ordinaria follia. Lo scrivo per mettere nero su bianco le poche cose che mi ricordo.

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Limiti ed imperfezioni

Ottobre 22, 2007 · Lascia un Commento

Ci sono momenti, nella nostra esistenza, in cui ci rendiamo conto di come alcune persone, nelle loro imperfezioni, ci insegnino ad accettare le nostre.
In cui una frase buttata li’ per timore e sincerità renda tutto chiaro, limpido, cristallino. In cui ci si accorge della grande giostra sulla quale tutti sediamo da quando siamo coscenti dei nostri limiti, dei nostri difetti, della nostra solitudine ed incapacità ad accettare gli altri. E’ una giostra di finzione, un carosello, un gioco che conosciamo fin troppo bene. Ci mettiamo tante maschere, ogni giorno. A seconda della situazione, dell’interlocutore, dei rischi di essere “scoperti” per quello che siamo.
Un caos organico, contraddizioni, errori ed imperfezioni, che ci spingono, l’uno dopo l’altro a fingere di non sapere, non vedere, non accettare.
Standard morali, costruzioni sociali ci indicano i limiti della decenza, ma ci sono tanti spazi di grigio in cui esplorare le parti oscure di noi senza che gli altri se ne accorgano.
E poi ci basta fingere, mettere una maschera, salire sulla giostra, aspettare che tutto passi.
Oppure si puo’ scoprire che qualcuno quella maschera se la puo’ togliere, per noi, solo per noi, per non farci sentire distanti, per pura fiducia oppure egoismo.
E quando succede, quando qualcuno ci svela quella parte oscura di se’, possono succedere due cose: ben saldi sulla giostra, ce ne stiamo dall’alto a contemplare con sguardo distaccato e giudicante coloro che hanno avuto il coraggio di fare cio’ che noi non faremo mai. Oppure prendiamo coscienza del patetico movimento che ci accompagna e fermiamo tutto, un attimo, abbandoniamo il nostro posto e cominciamo ad aprire gli occhi. Forse, una volta tanto, è bene che qualcuno ci faccia fare una doccia fredda e che ci faccia sentire imperfetti, inadeguati e colpevoli. Perché lo siamo tutti, in fondo.

E se io la maschera ancora la metto, ci sono persone con le quali la posso togliere. E questa consapevolezza non ha prezzo.

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Oroscopo

Ottobre 22, 2007 · Lascia un Commento

Cancro (21 giugno – 22 luglio)
Potresti essere un temporale che restituisce la vita a un paesaggio inaridito. Oppure un diluvio che crea un allagamento devastante. Perché non sfruttare entrambe queste possibilità? Cerca di essere al tempo stesso utile e carismatico, nutriente e seducente. Renditi umilmente utile dimenticando la tua magnificenza. È uno di quei periodi di grazia in cui puoi fare del bene, sentirti bene e avere un bell’aspetto. Ti nomino ufficialmente Signore dei flussi.

dall’Internazionale

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Meraviglia e felicità

Ottobre 21, 2007 · Lascia un Commento

Sono senza parole, stranamente.
Lo urlerei ma non posso. Mi limito ad una canzone.

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Libero arbitrio ed irrazionalità

Ottobre 18, 2007 · Lascia un Commento

Quando si diventa abbastanza maturi per accettare una sconfitta?
Quando si riesce ad osservare un’amica commettere un suicidio in senso figurato, consapevole di farlo, senza poter fare niente per farle cambiare idea?

A che punto della nostra vita di giovani donne siamo in grado di identificare la sottile linea tra il libero arbitrio ed una scelta irrazionale?

A che punto l’amore diventa cosi’ assurdamente doloroso da costringerci a porci una domanda: “ma, io, cosi’, posso vivere?”

Non lo so. Non conosco le risposte a queste domande.
Il fatto è che, per quanto mi sforzi di rendere tutto chiaro, di essere obbiettiva, lo so, me lo ricordo cosa significa avere l’impressione di non essere piu’ la stessa persona di prima. Di trovarmi davanti un uomo diverso da quello che avevo consciuto.
“Le persone cambiano”, le ho detto, osservandola mentre gustava il suo tanto amato gelato al cioccolato nel solito ristorante in cui tutto, ogni volta, si decide.
Lo pensavo. Le persone cambiano, noi cambiamo, le relazioni cambiano. E non significa che si debba rimanere per spirito di sacrificio.
Nel momento in cui la persona che ami mette la tua vita in pericolo, anche involontariamente, io non capisco come si possa rimanere. Non si deve. Non si puo’.
Non c’è amore che tenga, non c’è neanche il “ma si’ è un brutto momento”, quando il brutto momento dura da 2 anni.

E alla fine la osservo. In silenzio. Mi cerca con lo sguardo.
Ho voglia di scuoterla, ma non posso.
Con quale diritto le dico che secondo me sposarselo è un suicidio? Che impazzirà? Che si ritroverà a fare i conti con un uomo miserabile, senza cuore?
Con quale diritto, io, mi permetto di giudicare una donna, adulta, forte, che fa una scelta?

Dov’è la linea sottile fra il libero arbitrio e la pura e semplice irrazionalità, corsa verso il nulla?

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Beirut – Nantes (ecco di cosa parlavo)

Ottobre 15, 2007 · Lascia un Commento

Provate voi ad ascoltare questa canzone mentre partite da Parigi, con il cuore spezzato in due, con mille pensieri, con tanta voglia di urlare, con il solo istinto di tornare indietro e ripercorrere le stesse vie, gli stessi passi, uno dopo l’altro.

provate voi

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Conversazione tornando da Parigi

Ottobre 15, 2007 · Lascia un Commento

“La vita è sofferenza, Elisabetta. E’ cosi’. Se vuoi vivere devi accettare di stare male, molto male, a volte”.
Il mio interlocutore, un affascinante ragazzo che stimo come pochi, mi osserva con due grandi occhi marroni. Il mio sguardo cade sui suoi rasta, sulle punte biondine, per poi fermarsi definitivamente sulle sue mani, tremolanti, di chi ha urgentemente bisogno di una sigaretta.

“Hai ragione, N. Hai ragione. Grazie di averlo detto. Mi fa stare meglio”. Rispondo abbassando lo sguardo. Ho cercato tante volte di dirmi che il mio modo di vivere è consono, che l’estremo sentire, soffrire, va bene.

“Accetta di andare in fondo, trova il buono nelle cose che sono successe. Hai passato dei bei momenti no?”. Chiede lui.

“Si. Ho passato dei momenti incredibili nei 23 anni su questo pianeta. E continuo a vivere cose incredibili. A incontrare persone straordinarie”

“Sarà perché lo meriti, allora”.

“Non so se lo merito ma…”

“Certo che lo meriti”.

SILENZIO

Io guardo a destra, fuori dal finestrino. Lui guarda me mentre cerco disperatamente di passare inosservata nella mia patetica ricerca di un luogo, nella mia testa, dove posso mettere in ordine i 1000 pensieri che si rincorrono in questo momento.

“Non ti preoccupare. Tutto andrà bene. Hai imparato tanto. Hai tanto da dare anche. Tanto”.

“Grazie. Davvero”.

SILENZIO

Adesso sono altrove. Ripercorro velocemente i tre giorni passati a Parigi, li metto malamente in prospettiva. Impossibile, mi dico. Impossibile che io mi trovi qui, ora e che io, qui ora, mi senta bene.
Non è possibile che le cose non cambino mai, dentro di me.
Dovunque mi trovi ho una scusa per non fermarmi.

“Neanche io riesco a stare fermo, sai? La vita è un caos. Bisogna solo accettarlo”

Sorpresa dal fatto che mi stesse ancora prestando attenzione, mi giro verso di lui e sorrido.

“Odio partire da Parigi, N. E’ come partire da quel poco di prospettiva che mi è rimasta”

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Pensieri lasciando Parigi

Ottobre 14, 2007 · 1 Commento

“Finché non hai perso tempo in una città non puoi dire di conoscerla”.

Ho letto questa frase a Parigi, in uno stranissimo negozio di libri, vicino a Notre Dame.

E leggedo la citazione, cosi’ perfetta, mi sono resa conto di aver perso tanto tempo a Parigi e, quando ho rinunciato alle cartine per camminare senza meta, ho fatto la scelta migliore.

Ascoltando”Nantes”. Il ritornello dice “it’s been a long time, long time now…and I’ll gamble away my time”.

Che splendida canzone per lasciare Parigi.

“Just another night in Paris”

E’ incredibile come le cose sembrino facili, lontano da casa. A Parigi, dove tutto mi è sembrato semplice e possibile, un “time vacuum”, il tempo si congela, le distanze si annullano. Tutto accade qui. Precisamente mentre sto in piedi davanti alla Senna.

Dove il vino ha un sapore diverso, e non scende come in un altro luogo.

Tre giorni cristallizzati, incompresibilmente ma inesorabilmente chiari.

E sul treno del ritorno è facile, troppo facile dedicare pensieri romantici a questa città, occupare il taccuino, tuttavia pur sempre in movimento contrario.

Puoi lasciare Parigi ma non puoi lasciare la chiarezza e l’armonia ritrovata, mentre cammini alla ricerca di un caffé, mentre osservi la maestosità dei palazzi.

Sento come un ticchettio. Lo scorrere del tempo, non lo posso fermare. Cosi’ come non posso fermare il treno che mi porta via da Parigi. Il luogo ideale per cadere, per rialzarsi.

E dopo tutto vale la pena di scendere agli inferi, per poi tornare quassu’, a Parigi.

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