“Finché non hai perso tempo in una città non puoi dire di conoscerla”.
Ho letto questa frase a Parigi, in uno stranissimo negozio di libri, vicino a Notre Dame.
E leggedo la citazione, cosi’ perfetta, mi sono resa conto di aver perso tanto tempo a Parigi e, quando ho rinunciato alle cartine per camminare senza meta, ho fatto la scelta migliore.
Ascoltando”Nantes”. Il ritornello dice “it’s been a long time, long time now…and I’ll gamble away my time”.
Che splendida canzone per lasciare Parigi.
“Just another night in Paris”
E’ incredibile come le cose sembrino facili, lontano da casa. A Parigi, dove tutto mi è sembrato semplice e possibile, un “time vacuum”, il tempo si congela, le distanze si annullano. Tutto accade qui. Precisamente mentre sto in piedi davanti alla Senna.
Dove il vino ha un sapore diverso, e non scende come in un altro luogo.
Tre giorni cristallizzati, incompresibilmente ma inesorabilmente chiari.
E sul treno del ritorno è facile, troppo facile dedicare pensieri romantici a questa città, occupare il taccuino, tuttavia pur sempre in movimento contrario.
Puoi lasciare Parigi ma non puoi lasciare la chiarezza e l’armonia ritrovata, mentre cammini alla ricerca di un caffé, mentre osservi la maestosità dei palazzi.
Sento come un ticchettio. Lo scorrere del tempo, non lo posso fermare. Cosi’ come non posso fermare il treno che mi porta via da Parigi. Il luogo ideale per cadere, per rialzarsi.
E dopo tutto vale la pena di scendere agli inferi, per poi tornare quassu’, a Parigi.













