“La vita è sofferenza, Elisabetta. E’ cosi’. Se vuoi vivere devi accettare di stare male, molto male, a volte”.
Il mio interlocutore, un affascinante ragazzo che stimo come pochi, mi osserva con due grandi occhi marroni. Il mio sguardo cade sui suoi rasta, sulle punte biondine, per poi fermarsi definitivamente sulle sue mani, tremolanti, di chi ha urgentemente bisogno di una sigaretta.
“Hai ragione, N. Hai ragione. Grazie di averlo detto. Mi fa stare meglio”. Rispondo abbassando lo sguardo. Ho cercato tante volte di dirmi che il mio modo di vivere è consono, che l’estremo sentire, soffrire, va bene.
“Accetta di andare in fondo, trova il buono nelle cose che sono successe. Hai passato dei bei momenti no?”. Chiede lui.
“Si. Ho passato dei momenti incredibili nei 23 anni su questo pianeta. E continuo a vivere cose incredibili. A incontrare persone straordinarie”
“Sarà perché lo meriti, allora”.
“Non so se lo merito ma…”
“Certo che lo meriti”.
SILENZIO
Io guardo a destra, fuori dal finestrino. Lui guarda me mentre cerco disperatamente di passare inosservata nella mia patetica ricerca di un luogo, nella mia testa, dove posso mettere in ordine i 1000 pensieri che si rincorrono in questo momento.
“Non ti preoccupare. Tutto andrà bene. Hai imparato tanto. Hai tanto da dare anche. Tanto”.
“Grazie. Davvero”.
SILENZIO
Adesso sono altrove. Ripercorro velocemente i tre giorni passati a Parigi, li metto malamente in prospettiva. Impossibile, mi dico. Impossibile che io mi trovi qui, ora e che io, qui ora, mi senta bene.
Non è possibile che le cose non cambino mai, dentro di me.
Dovunque mi trovi ho una scusa per non fermarmi.
“Neanche io riesco a stare fermo, sai? La vita è un caos. Bisogna solo accettarlo”
Sorpresa dal fatto che mi stesse ancora prestando attenzione, mi giro verso di lui e sorrido.
“Odio partire da Parigi, N. E’ come partire da quel poco di prospettiva che mi è rimasta”