Ci sono momenti, nella nostra esistenza, in cui ci rendiamo conto di come alcune persone, nelle loro imperfezioni, ci insegnino ad accettare le nostre.
In cui una frase buttata li’ per timore e sincerità renda tutto chiaro, limpido, cristallino. In cui ci si accorge della grande giostra sulla quale tutti sediamo da quando siamo coscenti dei nostri limiti, dei nostri difetti, della nostra solitudine ed incapacità ad accettare gli altri. E’ una giostra di finzione, un carosello, un gioco che conosciamo fin troppo bene. Ci mettiamo tante maschere, ogni giorno. A seconda della situazione, dell’interlocutore, dei rischi di essere “scoperti” per quello che siamo.
Un caos organico, contraddizioni, errori ed imperfezioni, che ci spingono, l’uno dopo l’altro a fingere di non sapere, non vedere, non accettare.
Standard morali, costruzioni sociali ci indicano i limiti della decenza, ma ci sono tanti spazi di grigio in cui esplorare le parti oscure di noi senza che gli altri se ne accorgano.
E poi ci basta fingere, mettere una maschera, salire sulla giostra, aspettare che tutto passi.
Oppure si puo’ scoprire che qualcuno quella maschera se la puo’ togliere, per noi, solo per noi, per non farci sentire distanti, per pura fiducia oppure egoismo.
E quando succede, quando qualcuno ci svela quella parte oscura di se’, possono succedere due cose: ben saldi sulla giostra, ce ne stiamo dall’alto a contemplare con sguardo distaccato e giudicante coloro che hanno avuto il coraggio di fare cio’ che noi non faremo mai. Oppure prendiamo coscienza del patetico movimento che ci accompagna e fermiamo tutto, un attimo, abbandoniamo il nostro posto e cominciamo ad aprire gli occhi. Forse, una volta tanto, è bene che qualcuno ci faccia fare una doccia fredda e che ci faccia sentire imperfetti, inadeguati e colpevoli. Perché lo siamo tutti, in fondo.
E se io la maschera ancora la metto, ci sono persone con le quali la posso togliere. E questa consapevolezza non ha prezzo.













